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Luca Sapio, intervista esclusiva al TwitMix Project

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Thursday, 12 September 2013
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Oggi è una giornata molto importante per il TwitMix Project: nel pomeriggio di oggi ho intervistato Luca Sapio, di cui vi avevo parlato in un articolo.
Qui di seguito vi riporto quanto ci ha rivelato Luca. Buona lettura!

A: Sappiamo che il tuo nome è legato a un successo straordinario internazionale: America, Germania e in Inghilterra. Pochi giorni fa ti sei esibito a Londra, come ha reagito il pubblico londinese alla tua musica e alla tua voce?

L: Molto bene. In Inghilterra e a Londra, specialmente, abbiamo un pubblico di affezionati, il disco lì ha girato molto bene e molti fans sono anche cultori del vinile. L’esperienza londinese è molto divertente, torneremo presto a Londra, città importante per l’attenzione nei confronti del blues e del soul

A: Qual è il ricordo più bello e quale quello più brutto che custodisci nel cuore degli Stati Uniti, di Brooklyn?

L: Iniziamo dal più brutto: non ho ritrovato gli States che avevo in mente, immaginavo un’America rurale, sono arrivato a L.A e parlavo un inglese stentato, mi sono trovato davanti a distanze enormi da percorrere, trovavo un paesaggio decadente e anche Hollywood mi ha deluso per il suo essere un ambiente “malfamato”. Lo scambio culturale è comunque avvenuto. Passando al bel ricordo, questo è legato al momento in cui abbiamo registrato il disco a Brooklyn, l’atmosfera era congeniale al mio gusto, dovevamo registrare su nastro analogico ed ho trovato un approccio ideale: cantare sempre dal vivo con la mia band. Giorni molto intensi.

A: Cos’è per te il soul?

L: E’ decisamente un’attitudine, una abilità nel trasmettere quando si canta quello che si sta provando. C’è una sorta di verità nel soul, un bisogno di mettersi a nudo e di essere sinceri

A: Quando hai scoperto di aver il blues nel sangue?

L: Il Blues nasce nella mia vita perché mio padre è collezionista di musica afro-americana. Da bambino guardavo le copertine dei vinili in B/W e i volti lì disegnati lasciavano intuire una fierezza degli artisti di fronte alla possibilità di incidere, mi riferisco al blues prima della guerra. Quando ho finalmente ascoltato i vinili mi rendevo conto, pur non capendo le parole, che nel sound c’era quella forza che trasmettevano quelle immagini che mi avevano tanto affascinato. Mi ha segnato fortemente quella abilità degli artisti di trasmettere quella forza con così poco, poi, quando ho avuto possibilità di capire di persona i testi, ho colto la verità che c’era dietro. C’è una frase che mi ha segnato “Non si può cantare soul senza aver vissuto il blues” ed a mio modo ho avuto modo di provare il dolore.

A: Il tuo ultimo album Who Knows è eccezionale, ha un sapore internazionale e sei riuscito a far coesistere la novità con la tradizione. Come mai hai scelto di intitolarlo in questo modo? E’ semplicemente un omaggio a Marion Black o nasconde molto di più?

L: L’intenzione era di rifarmi alla tradizione del blues americana, contaminandolo col mio DNA legato ai compositori di Cinecittà, che tutto il mondo ci invidia e a cui mi sono sempre ispirato. C’è un “Italian touch”, che ha molto colpito gli americani. Il titolo è un interrogativo che ricorre anche nella canzone “Pocketful of stones” ed è anche in linea con la situazione attuale di crisi che ci troviamo a vivere

A: Who Knows ti sta dando tante soddisfazioni visto che ha vinto vari premi: SIAE come miglior disco indipendente dell’anno e “PIMI” come miglior esordio dell’anno. Qual è la track dell’album a cui sei più affezionato? Perché?

L: ”What Lord has done” è un augurio affinché Dio possa tornare ad occuparsi dei problemi dell’umanità, vista la situazione critica che il mondo si trova a vivere. Il mondo in cui viviamo sembra essere stato abbandonato da colui che l’ha creato

A: Un brano suggestivo è Mother, Father e sembra molto autobiografico. Quali erano i sogni di tua madre per te?

L: Devo confessare che ho vite parallele, oltre ad essere un artista sono anche un architetto, ho ripagato negli ultimi anni il debito nei confronti dei miei genitori, che mi avrebbero voluto un professionista, un architetto. Ho cercato di esercitare ma la mia vera vocazione era altro… ed eccomi qua

A: Cosa ci racconti della tua performance con Mario Biondi?

L: Mario è un amico, ho duettato con lui sulle note di “My Girl” di “The Temptation”, è stata un’esperienza molto divertente. Mario è una persona che mi fa sempre piacere incontrare, anche lui, come me, viene da lontano, ha anche lui una lunga esperienza alle spalle.

A:Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di andartene in giro per delle serate in Italia?

L: Sta per iniziare per me una nuova avventura, sono ideatore di una trasmissione radiofonica, “Latitudine Black”, che condurrò in prima persona, su Radio Due. Andrò in onda per questa prima stagione, che prevede circa 21 puntate, ogni sabato dalle 15 alle 16, ospiterò tanti artisti interessanti.
Sarò poi in Germania i primi di ottobre per un tour molto importante, molte saranno le date che vedranno le mie performance. Con me e la mia band ci sarà anche Trombone Shorty di New Orleans. A gennaio sarò di nuovo a New York per il mio secondo album: stessa comitiva che ha realizzato con me “Who Knows”. Parteciperò sempre a gennaio all’Eurosonic Festival e vado molto orgoglioso di questo evento. In Italia, invece, a novembre al “Blue Note” a Milano.

#STAYTWEETTUNED

© 2013, Antonella Corsetti. All rights reserved.

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