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Lorenzo Materazzo si racconta al TwitMix Project e presenta Nowhere

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Sunday, 08 December 2013
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Ciao Lorenzo, benvenuto e complimenti per il tuo album “Nowhere”. Sei stato una delle due anime degli Ex.Wave, come trovi la tua attuale carriera da solista?

Quello degli Ex.Wave era un progetto che poteva avere un buon seguito, perché partiva da una buona idea: unire la musica classica e l’elettronica; poi non ci siamo più trovati, come spesso accade nella vita. Cosa ci è rimasto? Bellissimi ricordi e il fatto che ci siamo formati a dovere.
Oggi fare il solista è davvero difficile, io vorrei dedicarmi a fare musica da film.
Per il momento il mio album è soltanto digitale, non esiste una copia fisica, questo è importante per me, perché può essere ascoltato da chiunque in tutto il mondo. Poi, eventualmente, potremo decidere di creare un CD.

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere al tuo pubblico col tuo nuovo album “Nowhere”?

Non voglio fare una musica facilmente catalogabile, mi piace l’idea di non dover dimostrare qualcosa al pubblico, di non dover fare qualcosa con la voce. Voglio far tornare il pubblico ad ascoltare la musica come una volta, si dovrebbe tornare ad ascoltare davvero la musica, anche una musica più impegnata. Mi piace l’idea di trascinare il pubblico a prendere le cuffie e ascoltare a fondo i pezzi. Considero la mia una musica da ascolto, sono stato tentato di mettere la voce in alcuni brani, però poi ho desistito e ho preseguito nell’esperimento di musica esclusivamente strumentale, seguendo la tendenza di musica da film, verso cui ho orientato tutto l’album.

Ho trovato il tuo album a metà strada tra le soluzioni di Arnalds e dei Massive Attack, verso quali orizzonti della sperimentazione è orientata la tua musica?

Non voglio fare del mio lavoro un prodotto commerciale. E’ una scelta difficile per gli artisti, però per me è importante la libertà di espressione. Questa è la strada più importante da seguire per un artista per non perdere la propria identità artistica. Nella realizzazione dell’album ho voluto fare tutto da solo, per non permettere ad altri di alterare le mie percezioni. Mi sono messo in gioco, ho suonato il pianoforte, la chitarra, ho inserito dei cori, anche i ritmi sono frutto di tanti ritmi messi insieme. Non è stato un lavoro semplice. L’album è stato il frutto di una ricerca continua. Ci ho lavorato quasi due anni. Spero ne sia valsa la pena.

Ho apprezzato il tuo tentativo di rendere le sonorità dell’album molto urban…

Hai colto una cosa molto importante. Ho voluto rendere l’inquietudine dei nostri giorni, anche come dice il titolo, la sensazione di non sentirsi a casa in nessun luogo.

Come mai hai scelto di intitolare la nona traccia “How to destroy the world”?

Bene, ti racconto com’è nata. E’ una traccia a cui sono molto legato. Lo scorso 11 settembre, di notte, mentre ero al computer a scrivere, a creare, a sperimentare nuovi suoni, la TV era accesa e stavano trasmettendo un documentario sulla ricorrenza della tragedia americana. Ho visto immagini delle torri gemelle, in una sorta di trance, mi sono ritrovato a fare la colonna sonora di quanto stavo vedendo in TV. Guardando lo schermo, mentre suonavo con questi “rumori”, mi veniva quasi da piangere, poi ho aggiunto il piano, molto riverberato, proprio per dare l’impressione di trovarsi in uno spazio grandissimo. Ho ricreato un clima di dolore. Per scriverlo ci ho messo un paio di mesi. Ci sono le voci vere, riprese da video su YouTube, alla fine del brano, con l’effetto di reverse, ho voluto tradurre un meccanismo psicologico complesso, come se volessi tornare indietro nel tempo e non far crollare le torri. E’ venuto fuori un pezzo molto strano. Un’altra particolarità del brano è che ho ricreato la spazialità del World Trade Center, il tutto è percepile nel riverbero.
E’ un brano di 7 minuti e non è da radio, ho voluto inserirlo proprio per rispondere al mio spirito creativo.

Vuoi parlarci anche della genesi di un altro meraviglioso pezzo “Le vent printanier” (A Chiara)?

Chiara è mia moglie, è dedicato a lei. Quello che si sente oggi è quasi tutto improvvisato. Io non scrivo tutti i pezzi che mi ritrovo a suonare, mentre creavo il pezzo, mia moglie mi ha chiesto:-Quale pezzo stai suonando ora?- E’ per merito suo che ora è nell’album perché ha captato la qualità del pezzo e lo ha registrato. Quindi era inevitabile una dedica a lei.

Cosa ti è rimasto del contatto coi Deep Purple?

La prima volta al Teatro Smeraldo li abbiamo conosciuti tutti, noi facevamo il soud check e loro erano ad ascoltarci. Non è da tutti gli artisti mettersti ad ascoltare il gruppo spalla. Erano molto interessati. Mi hanno comunicato una grande umiltà. Il loro concerto poi mi ha trasmesso una carica incredibile.

Quale gruppo elettronico senti più vicino a te?

Non proprio musica elettronica, ma io adoro i Radiohead, io li ho ascoltati fin dall’inizio della loro carriera. Ho seguito tutti i loro concerti. Con loro c’è stata una sorta di imprinting. Mi hanno aperto il mondo, vista la mia impostazione classica.

C’è qualche artista con cui vorresti collaborare?

Di italiano non lo so. Sicuramente ci sono dei gruppi stranieri. Mi piacerebbe fare un disco con tante collaborazioni, ho in mente dei brani cantati da voci poco conosciute, mi piacerebbe trovare artisti davvero bravi e dare una visibilità anche a loro.

Hai in programma qualche tour?

No, per il momento non ci sono date. Devo prendere contatti per le serate. Mi piace organizzare una cosa alla volta, con calma.

Grazie, Lorenzo per la tua disponibilità ed in bocca al lupo per la tua carriera artistica!

#STAYTWEETTUNED

© 2013, Antonella Corsetti. All rights reserved.

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